Pubblicato da: engelsblick | marzo 8, 2010

Insegnare Estetica a Scutari

Scutari, Albania – Per uno strano cortocircuito della vita mi ritrovo a tenere un corso di estetica nella Scuola di Filosofia e Teologia del Seminario Interdiocesiano di Scutari, città del nord dell’Albania, groviglio di strade, tra nuovi palazzi che reclamano progresso e vecchie baracche che ricordano l’orma profonda del regime. Povertà che rialza la testa e cerca l’Occidente, ma rimane indelebilmente altra, dignitosa ma dura, aperta al nuovo ma ancora prigioniera di stereotipi impostole da una storia troppo difficile.

Venire a parlare di Bello e di Arte qui ha il sapore di un compito difficile. Una missione, forse, se è vero che il bello e il buono si toccano in più punti; ma tanto più complessa in un paese in cui è stato cancellato per decenni ogni tratto di umanità, di colore, di fantasia.

I colori accesi delle nuove costruzioni sembrano rivendicare a questa città il diritto ad una luce che per troppo tempo le è stata tolta. Ma come spesso accade, il tentativo di abbellire le proprie strade troppe volte cade nel pacchiano. E tanto più fa tenerezza. Ma voglio smettere questi occhiali di italiana assuefatta all’arte, cercare di far cadere i panni di chi si ritiene in grado di insegnare come vanno realmente le cose, cosa sia giusto, cosa sia sbagliato.

Eppure, dopo questa prima lezione, ho l’amaro in bocca.

Gli studenti, qui, sono per lo più giovani seminaristi… c’è qualche suora, anche, per lo più giovanissime donne, di una dolcezza un po’ stucchevole ma sincera.

Il guaio è che la maggior parte di loro studia per dovere, e non ha il minimo interesse… solo una gran paura dell’esame e il desiderio di fare il minimo indispensabile per superarlo. Più che un’università mi sembra un liceo con alunni cresciuti.

Devo semplificare il linguaggio, perchè non capiscono benissimo l’italiano e fanno fatica a seguire. Devo semplificare i concetti, perchè mi sembra che abbiano incamerato una serie di nozioni un po’ posticce, ma mai interiorizzato il senso del fare filosofia.

L’estetica è stata loro imposta: speravano si trattasse solo di guardare qualche immagine qua e là… Non si aspettavano vera e propria filosofia.

Domani abbiamo quattro ore insieme, ed io devo trovare il modo di non farli definitivamente addormentare.

Confesso che mi hanno tolto molto dell’entusiasmo con cui ero partita.

Mi chiedo come sia stata impostata la loro formazione e si stia lavorando davvero sulla loro motivazione,

Mi rendo conto che i mezzi qui sono pochi, per cui il lavoro è difficile. Questi ragazzi si portano sulle spalle un retroterra di ignoranza e oppressione: stimolarne la voglia di rinascita è difficile davvero. Le donne sono più sveglie, hanno più curiosità, più voglia di fare.

Solo che se parli loro di eros platonico la buttano subito sul moralistico e leggono tutto filtrato dal pensiero cattolico. Fanno fatica ad acquisire gli strumenti di pensiero del tutto laici.  Per carità, io stessa sono arrivata a Dio attraverso la filosofia, ma non credo che sia necessaria per far ciò un’operazione di appiattimento del pensiero sulla tradizione della teologia cristiana: piuttosto i due aspetti scoprono sorprendenti punti di incontro, ma anche tanta distanza, ed è giusto, secondo me, tutelare e rispettare ogni identità. Non è necessario ridurre l’eros al peccato carnale, anzi, è fondamentale riscoprire il portato veritativo che ha in Platone, che forse ha qualcosa da insegnarci.

Questo pomeriggio lavorerò alla lezione di domani.

Speriamo bene.


Risposte

  1. Oggi è il nove, e mi chiedo come sia andata la tua lezione di oggi, quale impressione ne avrai riportata. Come si dice sempre in questi casi, cioè di esperienze che spezzano il ritmo della nostra vita, “Cosa ti sei portata a casa?”.

    Ho letto il tuo scritto, l’ho letto e riletto, notendone sempre aspetti diversi e traendone sempre nuovi spunti di riflessione.

    Una civiltà e soprattutto una storia e una quotidianità diverse viste da noi, che ce ne veniamo dalla nostra Italietta, che comunque non si può negare che con l’Arte e col Bello di dimestichezza ne abbia tanta, ma tanta che forse neanche la presenza del Vaticano l’ha potuta soffocare.

    Parli di classi svogliate, o forse solo timorose, di curiosità sopite (forse da priorità di sopravvivenza?), di una forma di comunicazione ancora da trovare.

    Occhi tuoi da fondere coi loro, per vedere le stesse cose, non acriticamente, certo, ma portando un’ottica diversa, un fascio di luce, per risvegliare stupore.

  2. Ti ho lasciato tanto tempo fa e ti ritrovo con un’impegno davvero arduo e difficile! Queste cose io le prendo come una sfida, mi ci butto dentro anima e corpo, alla fine ne esco un po’ acciaccata ma soddisfatta di aver dato tutto ciò che ero in grado di dare. Ti auguro davvero di riuscire a dare qualcosa a questi studenti che non potranno dimenticare mai! Un abbracio forteforte!


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