Inserito da: engelsblick | Giugno 18, 2009

Insufficienza

mano

E così mi fermo di nuovo, dopo un po’ di tempo, dopo tanta frenesia; dopo lo stupore, dopo la rapidità di giorni troppo brevi.
Mi fermo, e sento di nuovo una voce dimenticata sussurrare piano, di lontano, nascosta e ovattata, in qualche piega di me stessa; riposta ma mai spenta…
Attorno una casa che non sento più mia; sparsi, sul tavolo, libri che non ho voglia di sfogliare. Sui rumori della strada lascio distendere accordi ben noti, che riempiono il vuoto accaldato di questa estate improvvisa.
Penso, giacché quest’abitudine non mi abbandona mai, e mi rimane dentro; scava nella mente e nel cuore, come un tarlo inesorabile e mai sazio.
Penso, mi ascolto, lascio spazio al pungolo che mi stuzzica il cuore.
Penso, e vedo immagini di un futuro imminente, che pure mi pare già vissuto – una storia che mi sembra di aver letto, o forse ascoltato, e che, mi accorgo, mi abita in petto da sempre.
Penso, e sento parole e sospiri; vedo sguardi e sorrisi. Una fronte corrugata – un volto perso in un vuoto troppo colmo di progetti.
Penso.

Cerco nella musica desideri sopiti. Spolvero via la pigrizia dai palpiti che per tanto tempo non ho ascoltato. Provo ad assaporare l’anelito che non più di un breve tratto di vita fa mi aveva pervasa, animata, scossa fino alle lacrime.
Quel desiderio incontenibile di dare e di amare, di aprire le mani verso il primo passante; di essere pronta ad asciugare ogni lacrima; di dimenticarmi di me, per essere per tutti.
E guardo la spossatezza delle mie giornate, i gesti di sempre, impegni mai veramente presi, scadenze fissate da un direttore sempre assente.
Provo a trovarmi tra le cianfrusaglie delle mie ore. Ma non ci sono.
Non sento più nelle mani il fremito dell’abbandono – è come se all’improvviso fossi divenuta fin troppo presente a me stessa. Di nuovo, mi ingombro; sono di intralcio ai miei passi. Occupo troppo spazio.

Forse è qui, forse è qui il nodo, il bandolo, l’ostacolo.
Questa incredibile difficoltà a mettersi da parte, a dimenticarsi di se stessi, a non curarsi delle proprie mani, ma protenderle e basta.

Forse è questo il fastidio latente che mi fa sentire così vana, in questi giorni.
Come una nuvola grigia che non sa scaricare la propria pioggia, sulla terra riarsa.

Forse è questo, allora, che mi disturba. Che ci sono ancora troppo io, nelle mie giornate – e non quegli altri, gli altri, a cui vorrei lasciare il centro della scena.

Ancora, a bruciare il mio stomaco non è una vacua delusione; non un capriccio frivolo; non una compiaciuta malinconia di sé.
E’ questo amore che mi preme sul cuore e spasima per poter traboccare. Ma non lo sa fare. Non sa darsi, non sa donarsi come vorrebbe.

L’ennesimo smacco alla mia insufficienza.

E, accanto a questo, l’incapacità di saperlo descrivere come vorrei.


Risposte

  1. L’hai descritto fin troppo bene, tanto che è diventato presenza davanti alle tue parole. Tu pensi che il tuo amore sia rinchiuso in un contenitore, ma chissà perchè io lo leggo libero e forte in quel che hai espresso. E se è arrivato vuol dire che già trabocca, forse credici solamente un pò di più. Il resto verrà da sè.

  2. ecco, quando leggo questi commenti, per esempio, così sentiti e vicini, mi mangerei le mani, perchè mi vola talmente il tempo che non riesco neppure a soffermarmi come vorrei sui vostri blog… che dire… grazie! Mi rincuorano sempre i nostri scambi…


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