Voglio accettare di sbagliare. Di fare del male, per giunta. Voglio accettare di essere un essere umano che ha tanta voglia di vivere - di non edulcorare l’esistenza. Di “sporcarsi” le mani. C’è del disfattismo in questo mio desiderio di suerficialità e leggerezza… la stanchezza di non poter né saper fare mai abbastanza - di non essere paga del mio cuore, ma sempre troppo bisognosa di un altro, di cui ascoltare i palpiti. Sacerdotessa devota di una Amore che non esiste se non nelle forme così estranee, piccole e insufficienti che mi abitano attorno e che, comunque, non sono per me. E allora mi aggroviglio nelle persone, nelle esperienze, nella pelle e negli odori. Perchè non basta dirmi: ti fari e farai del male… anche quando combatto per evitarlo mi ritrovo inevitabilmente a leccarmi le ferite e ad aprirne di nuove… Oggi veglio su una partenza imminente. Salvezza o perdita irrimediabile, non lo so… So che il mio cuore palpita di nostalgia e amarezza, e al contempo trabocca di gioia e dolcezza. Miele inaspettato, bruciore non cercato. Parti, anche tu, dunque. Te ne esci di scena, chiunque tu sia, qualunque sia il tuo ruolo e il tuo nome. Ed io ancora qui, sola, a guardare l’orizzonte sgombro. E un altro sole tramontare.
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