Posted by: engelsblick | Gennaio 6, 2008

Un uomo

Un uomo se ne stava seduto a bordo strada, un cartone in verticale, di fronte a lui. Parole fitte, scritte in rosso. La prima frase era uno struggente “Lo so, sono vergognoso”. Quanto basta per riassumere il senso di tutto il testo. Anche io, con la folla attorno, sono passata avanti, senza fare in tempo a leggere il resto. Ma, infondo, non sarebbe servito. Il colpo, tagliente, gelido, amarissimo era già stato inferto, a questo mio gaio pomeriggio domenicale.

Qualcosa in me, una parte estranea e intima al contempo, sarebbe corsa da lui, solo per dirgli: “no, non sei vergognoso”.

Ma non l’ho fatto.

Paura, pigrizia. O semplicemente l’inettitudine di non voler riconoscere quanto c’è da fare e non faccio. Quanto non ho il coraggio di fare.

Mollare tutto, essere solo sua, di quel volto triste e solo; di tutti quegli occhi privati della vita e della voglia di aprirsi sul mondo.

Non ho la forza di farlo. Forse non ho la voglia di farlo.

Penso alle persone che amo. A le cose che ho, a tutto ciò che amo fare.

La filosofia, l’associazione appena fondata, i progetti, il sogni di quei figli che un giorno vorrei sentire crescere in me; gli occhi di quel volto così caro, così amato, così vicino. Così miei. Unici, tra i mille volti della mia vita. E senza il quale il sapore delle cose, no, non ci sarebbe.

Ancora un divario, ancora un contrasto.

L’amore per la vita, la mia, per i suoi sogni, i suoi affetti e l’amore per LE vite, per il “via da me”…

Come se ne esce? O forse, semplicemente, devo accettare di non uscirne, e coltivare, portarmi dentro tutto questo, come un tesoro prezioso, nel suo essere a volte quasi velenoso…

Forse è tutto qui.

Raccogliere le proprie, misere forze, così esigue, ipocrite a volte, guardarle; guardare i mille alibi di cui non so fare a meno, accettarli e affidarli. Sperando che Chi può ne tragga quel po’ di bene che ne può venire.

Guardo indietro.

C’è del buono.

E non è mai venuto da me. Sono stati “casi” donati, “avventure” impreviste, mai chieste.

Penso a quanto è cambiata la mia vita, al di là di ogni progetto, oltre ogni speranza.

Lasciare che il vasaio lavori. E basta. Forse è tutto qui. Mi commuovo al pensarlo, al pensare che davvero questa sia la pace.

E di nuovo il tarlo che mi stia accomodando le cose…

La gioia dello stare in questo abbandono e l’angoscia di doversene presto strappare…

C’è mai una risposta, un punto definitivo, a tutto questo?

 

 

Risposte

No, non c’è. Siamo vergognosi. E meravigliosi. Siamo esseri umani, un pasticcio di contraddizioni: ma vasi nelle mani del Vasaio, e chissà cosa conterremo, chissà quale pezzo dell’universo adorneremo. Dobbiamo impegnarci, questo sì. Ma a volte le cose più significative della nostra vita avvengono senza che ci siamo impegnati.

Sono appena stata su un altro blog, http://micheblog.wordpress.com/: l’ultimo post, che parla di un libro di Herman Hesse, “Il lupo della steppa”, dà pure delle risposte alla tua domanda. Quando si dicono le coincidenze…

Ti abbraccio cara amica.

Cara amica.
Ho letto “Il lupo della steppa”. Ed è un libro in cui ho trovato moltissimo di me.

Leggilo, se non lo hai fatto.

Grazie della tua compagnia e delle tue risposte.

Ciao sono Giovanni, scusa il ritardo con cui vengo a vedere il tuo blog, è un periodaccio.
Sono contento di essere passato e di aver incominciato a leggerti.
Che dire di questo articolo, io credo di essere complesso e sempre alla ricerca di risposte, ma anche tu non scherzi.
Ho pensato a tante cose da scriverti ho letto e riletto, il tuo post è troppo pieno di emozione, troppe domande non posso rispondere con semplicità.
Rispondo solo con delle parole: egoismo, paura, indifferenza, abitudine, conformismo, inquietudine. Te le invio, scegli quelle che non vorrai portare nel 2008 e buttala.

Giovanni, grazie! Ma soprattutto: benvenuto!
Non penso avresti potuto rispondere meglio al mio post.
Lo avrai capito: sono una persona inquieta. Anelo a risposte (e chi non fa lo stesso?) alle quali forse non possiamo che approssimarci. Piano piano.
Imparando ad avere pazienza, anche con noi stessi.

Torna quando vuoi.

Io passo spesso da te.

Mi piace tantissimo quello che scrivi, e come lo scrivi!

Ho scritto un post nel mio blog dove chiedo a tutti di buttare una parola, da non usare e non sentire nel 2008 .
E’ in tema con il tuo pensiero io ho scelto di buttare l’INDIFFERENZA.

http://raccontidelcuore.wordpress.com/2008/01/09/un-gioco-con-le-parole/

In questi giorni ho ripensato spesso a questo tuo Post, che tocca un aspetto esistenziale di grande importanza.Spero che la necessità della sintesi non scalfisca la chiarezza. Semmai chiedo le attenuanti generiche…
Nei piccolissimi ritagli di tempo che mi posso permettere, ho letto “Chi è il mio prossimo” di A.Sofri (Sellerio editore Palermo, 2007). E’ un libro acuto, colto, molto profondo. Alla domanda “chi è il mio prossimo” S. inizia con l’analisi della parabola di Gesù del buon Samaritano.
S. espone una tesi molto impegnativa per l’essere umano. Secondo la sua analisi, Gesù ha insegnato che non basta aiutare il prossimo in difficoltà, ma che la sofferenza dell’altro impone un coinvolgimento tale, una empatia oggi si direbbe, che arrivi alla “identificazione” con l’altro… se davvero vuoi vivere in una dimensione d’amore, sembra che Gesù suggerisca con forza che “devi” essere… l’uomo con il cartello, lo zingaro, l’extracomunitario, il barbone, il matto…
Scrive S.: ^ ” Chi dunque di questi tre ti sembra sia stato il prossimo…?”, domanda Gesù al dottore della legge che lo interroga.Vuol dire: se fossi stato tu assaltato e sanguinante sulla strada, chi sarebbe stato il tuo prossimo? E il dottore della legge non ha esitazione a rispondere. E’ il samaritano, e questa è esattamente la risposta alla sua domanda: il mio prossimo è quello che ha avuto campassione di me. ^
Dunque il mio prossimo è colui che si è fatto mio prossimo.
Scrive ancora: ” …il mio prossimo è colui che mi ha soccorso nel bisogno, e che lui ha trattato me, nella commozione e nei fatti prima che nel pensiero, come il suo prossimo…non possiamo dire che si sia messo nei miei panni: piuttosto, per sentire con me si è spogliato dei suoi e così ha cessato di essere samaritano e mercante e padrone di denari e di una cavalcatura per farsi, come me, ^un uomo^, un tale, un nudo uomo. ”
Che compito immane ci ha lasciato Gesù!

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