Mi capita spesso, ormai, di prepararmi quasi come ad un rito sacro a scrivere qualcosa e a ritrovarmi poi, tutta protesa verso le parole che anelito a formulare, senza altro che il vuoto sentore di uno squallido “nulla da dire”. Provo a nutrire la mia musa sopita con quella musica che tante volte ha risvegliato memorie e sensazioni che difficilmente saprei recuperare altrimenti… e nonostante questo lei, la musa, dorme ancora, ostinata, si gira su di un fianco, sul suo letto di accidia, e non ispira più nulla, portando nel suo sonno tutti i presagi d’espressione che pure mi era parso di percepire in tutta la loro forza.
Di che volevo scrivere, dunque?
Ecco, ora ricordo… ma con che amarezza devo constatare che me ne sono rimaste solo le parole, senza alcuno sfondo, alcuna profondità. Forse è per questo che non scriverò mai un libro… un tutto compiuto, capace di dire quell’ineffabile che solo la penna di un genio sa tirare fuori dall’anonimato.
Dunque, sì, dicevo che ricordo ciò di cui volevo parlare… ma in realtà, a pensarci bene, un nome per questa cosa non ce l’ho. Il termine usato abitualmente rimanda troppo ai chiostri e ai monasteri. Quando il suo significato è tanto più ampio… Mi riferisco alla “vocazione”. Paura, eh? Sembra subito di coglierne l’eco mistica. La Chiamata.
Come se un bel giorno, di tra le nubi dovesse davvero tuonare una voce che ti dice: “fai questo, questo e quest’altro”. Magari funzionasse così? E non c’è bisogno di pensare al convento per tremare di fronte alla percezione che questa voce tonante, in realtà, c’è per tutti, ma che solo in pochi la sentono. Perché quella voce insistente e pressante che il nostro chiasso troppo spesso ricopre, quella sottile ma costante sollecitazione alla vita c’è in ognuno di noi - troppo impegnati a far andare le cose per il verso giusto per ascoltarne le indicazioni, che sole potrebbero davvero mettere ogni cosa al suo posto.
Sì, lo so, sono incredibilmente ermetica.
Ma è un mistero per me stessa che lo sto scrivendo. Il dubbio, l’angoscia, la paura, addirittura, di non sentire l’essenziale.
Poi, ecco, nello stereo suona il secondo concerto di Rachmaninov e subito tutto sembra meravigliosamente semplice e grande, profondo e appassionato, e non pare sussistere più alcun problema, alcun dubbio, alcuna domanda.
Oh, uomo! Sei stato capace di costruire una forma per quella stessa risposta che pure non ti sai mai dare!
Mi ritrovo anche oggi faccia a faccia con me stessa, e con quella voce, con quel suo silenzio insondabile ma tanto risonante che mi scuote nel profondo.
Cosa vuoi, Voce, cosa mi chiedi? E perché ho così tanta paura di sentirti veramente?
Tendo l’orecchio con troppe precauzioni?
E davvero ancora non mi sono convinta che parli solo per il mio bene?
E davvero ho chiuso così tanto il mio cuore da non volerti più ascoltare, infondo?
Dimmi, Voce silenziosa, parlami con forza, con la forza di queste note che pure riescono ancora a toccare le profondità inesplorate di me stessa.
Tocca le mio corde dolenti e falle risuonare nella stanza di questa mia mente, svuotala dai pensieri e riempila delle tue emozioni.
Fa’ che le sappia finalmente provare, con tutto il brivido di cui è capace la mia anima.