Lo so Signore,
sono pigra
e non mi va proprio di pregare, oggi. Una punta stizzita di rabbia in me stessa vuole dirti con insolenza che “tanto non serve a niente”.
Poi, subito, mi rendo conto che non è così, non è per niente così, che forse mai come in momenti come questi ci sarebbe bisogno di pregare.
Mi piace immaginare la preghiera - anzi: l’insieme di preghiere che giungono a te ogni momento - come un cupo brusio sommesso di voci, che da una profondità angusta e remota, sale come un vapore grigiastro fin sopra alle nuvole, fino a giungere al tuo orecchio.
E allora, questo ticchettio fastidioso di tastiera, con cui mi rivolgo oggi a Te sembra avere ben poco della preghiera. Quanto è lontano questo schermo di pixel dai crocifissi in legno, di fronte ai quali si inginocchiava un S. Francesco o un S. Ignazio. Quanto remota questa luce elettrica , dalla penombra cinquecentesca dei monasteri di Teresa d’Avila… Nulla, in questa stanza, ma soprattutto, nulla dentro di me ricorda seppur vagamente quell’ardore spirituale, quel profumo di Te impresso nell’aria e che immagino impregnare le povere vesti dei tuoi grandi santi.
Cosa sentivano, cosa vedevano?
E cosa provano coloro che devoti si inginocchiano ancora oggi, ogni giorno, di fronte ai tuoi tabernacoli, ai lumini tremuli e rossi sull’altare, alle icone e ai quadri crepati dalla storia?
Mi sento fredda, dentro, come il metallo incolore di un qualsiasi tubo vuoto. Risento pungente, quasi un tono di rimprovero emergere dal ricordo della dolcissima beatitudine che di tanto in tanto mi concedi di provare durante la Messa, o in quei rari attimi che so davvero dedicarTi… Risento a tratti il calore di quel prezioso e morbido abbraccio, luminoso di sole e letizia, con cui a volte mi avvolgi nei momenti più impensati… e sento il biasimo dei tuoi occhi su questa mia povera malinconia costante, arida e ostinata, incapace di trattenere quella gioia che, io lo so, tu mi regali ogni volta, e sempre di nuovo.
Non ti arrendi, con me, mio Dio - ed io, invece, già tante volte mi sono arresa e ancora mi arrendo.
Questa mia pochezza, questa mia miseria - la mia inettitudine, la mia condanna alla sconfitta: tutto ciò non mi dà pace. Mi dicono che tu le accetti tutte, queste mie debolezze; che tu mi ami prima e oltre i meriti che non potrei mai ottenere da sola; che quanto più sono nel pianto, tanto più Tu mi sei vicino e fai brillare i tuoi occhi posati su di me, quasi fossi una preziosissima e rarissima pietra. E davvero Tu mi guardi così? E’ possibile guardarmi così? è possibile guardare così?
Imparare a guardare con gli occhi di Dio… E’ forse questo? E come potrei, io che vedo il nero anche nelle ombre delle giornate più luminose, che tanto in fretta mi stanco di amare, e tanto spesso allontano l’amore…
Quante parole, quante parole pensate, dette o scritte… e poi i miei gesti, sempre così lontani, incoerenti, distanti dall’anelito che pur sono tanto brava ad esprimere.
E’ forse ipocrisia la mia? E’ forse un atteggiamento che amo indossare come un vestito appariscente e intrigante, solo quando mi fa comodo?
Cosi piccola, dunque?
Tanta gloria perduta alla prima curva della giornata.
Doveva essere una preghiera, questa.
E’ diventato il tedioso sciorinare parole su una me stessa talmente insignificante, da non saper alzare lo sguardo neppure dalle sue stesse, sporche miserie.
Mio Dio, perché riesco a trovarti solo nell’incanto di un fascio di luce autunnale, arancione come le foglie delle querce, tra le feritoie di una chiesa, e non su questo divano, su cui bivacco ogni giorno?
Perchè so accendermi di Te solo nei racconti carichi di memorie con cui parlo ad altri e poi, al dunque, non sono neanche capace di pregarti?
E Tu davvero mi vuoi bene comunque?
Mio Dio - Padre (così hai detto così ti chiamo) - Abbà - Papà!
un legame di sangue più forte della solitudine e della morte, dunque?
E perchè, allora, non ho più slancio, più energia, ma sempre questa malinconia saturnina, comoda per la filosofa, ma tanto dannosa per la vita?
Stillami dal mio sangue quel veleno che un nemico astuto ha saputo diluirvi, ti prego.
Prendi i miei pensieri e sbiancali con forza… Rendimi quella che Tu volevi e che io, stolta, già da troppo tempo ho ucciso.
E riaccendi in me l’energia che ogni domenica mi ridoni a piene mani e che poi io, regolarmente, consumo al primo giro di valzer…
La stanchezza prevale, vado a crollare tra cuscino e lenzuola.
Ma Tu, ti prego, anche stanotte, vieni con me, veglia sul mio sonno, e dai nuove speranza al mio domani.
Per Te, che sei Tutto e che abiti in Tutti.
per Te che quindi, paradossalmente, abiti anche in me,
Amen.
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