Inserito da: engelsblick | dicembre 11, 2009

Avrei voluto

Avrei voluto fare l’attrice, ma per me nel laboratorio di teatro non c’era posto e ho dovuto lasciar stare.

Avrei voluto fare la scrittrice, ma non ho fatto che stendere infiniti diari che adesso sono stanca di scrivere.

Avrei voluto fare l’insegnante, ho studiato, ho studiato tanto, ma le graduatorie sono chiuse e la scuola è allo sfascio.

Avrei voluto far ricerca, ma chi mi diceva che ne avevo le qualità e mi avrebbe accompagnata ora mi sbatte in faccia la mia inadeguatezza.

Avrei voluto avere una famiglia e dei figli, ma sono stata rifiutata a un passo dall’altare e ora non riesco più a crederci.

Avrei voluto diventare e fare un sacco di cose.

E ora vedo chi è cresciuto con me varcare i suoi traguardi ed io da sola a casa con questo inutile, sterile, muto schermo di un computer.

E riguardo la finestra del mio quarto piano, con sempre più appassionato amore

Inserito da: engelsblick | dicembre 6, 2009

Di nuovo Natale

In momenti come questi, mi rendo conto di non vole fare altro che piangere.
Ma poi, penso che sia inutile, che infondo, non ne ho tutto questo diritto, e allora butto giù le lacrime, me le tengo per me, per una me che rinchiudo sempre più infondo, per quella bambina che ha vissuto e vive dentro di me in tutti questi anni. Una bambina che affronta con coraggio la solitudine nera e totale dell’assenza di chi, invece, dovrebbe esserci. Perchè tutto: la biologia, il cuore, la ragione se lo aspetta. Una madre, una famiglia, un porto sicuro. Quel porto che solo se vissuto, possiamo costruire dentro di noi, e che, se manca, lascerà per sempre una voragine. Inutile cercare in altri quell’amore che dovrebbe insegnarti ad amare; quella presenza che dovrebbe insegnarti ad essere presente; quel rispetto, che dovrebbe insegnarti a rispettare.
Se questo non ti viene dato, a piene mani, da chi ti mette al mondo, nulla potrà donartelo di nuovo. Tante persone possono tenderti la mano, ma nessuna sarà come la mano di un padre e di una madre che non hai mai auto, e che ora, più che mai, mi si negano.
Mi sorprendo a piangere la morte di mio padre. E poi mi accorgo che se fosse qui, nulla cambierebbe: perchè, al di là dell’idealizzazione che il dolore del lutto può creare, lui non è mai stato padre, non è mai stato nulla. Un vuoto, un’assenza che abitava nella mia stessa casa, e che di tanto intanto incontravo a cena.
E ora, un altro Natale imminente, una di quelle scadenze che ti costringono con violenza a fare un bilancio, a chiudere un altro anno e a dirti: cosa ho fatto, dunque? Cosa è cambiato? Quali nuovi spazi sono riuscita a conquistarmi?
Nulla. Autonomia non ne ho. La forza di potermi dire che ce la faccio, che posso a dimostrare a me stessa di avere gli strumenti per andare avanti, e vivere pienamente… da dove potrei prenderla? Dalla mia disoccupazione senza scampo? Dai miei studi inutili? Dagli amici che non ho, o da quelli, che, pur essendoci, non sanno e non possono capire?
Dove trovare o costruirmi quel porto sicuro, quello spazio mio, che nessuno potrà togliermi? In una me che ha saputo collezionare così tanti abbandoni da desiderare, ormai, di abbandonare se stessa; da guardare la finestra del suo quarto piano come la porta verso una libertà, un salto che avrei tanta voglia di fare? Cadere giù e aprire lo spazio di un buio immobile ed eterno, in cui questo dolore non possa più entrare… Un pensiero ossessivo, che provo ad esorcizzare scrivendo…
Giacchè, con chi parlarne? Con la psicologa che per quattro anni mi ha rubato soldi e tempo? Con quei preti che sanno solo dirmi che mi devo pentire? O con lui…? Oh, lui vorrebbe che io ne parlassi con lui, che a lui mi affidassi, ma io non lo posso fare, l’ho promesso a me stessa. Non posso essere la donna petulante, triste e depressa: gli uomini queste donne le lasciano, dopo un po’, e a me è già successo. Non potrei sopportare anche questo abbandono.
Per cui non mi rimangono che le scritture private e qualche stanca preghiera.
Non c’è altro.
Vorrei oscurare ogni specchio per non dovermi più guardare in faccia.
Ma devo andare avanti, e allora spremo il mio cervello come un limone, alla ricerca di una soluzione che non arriva.
Se sapessi, se fossi capace, scapperei lontano a costruirmi una vita.
Ripenso in continuazione al sogno che mi tormenta, a quel mio figlio che partorisco e che stringo tra le braccia.
Un figlio che dovrebbe già esserci, ma non c’è.
Ho solo questo nulla da stringere, l’inefficenza dei miei sforzi, l’inettitudine delle mie scelte, l’inutilità di ogni passo.
La beffa di ogni traguardo che, in breve tempo, si è rivelato essere l’illusione di un momento.
Se mi chiudessi in casa e mi lasciassi morire qui, nulla cambierebbe. Perchè a nulla serve il fatto che io esista.
E’ colpa mia, probabilmente. Non sono stata capace.
Non sono capace.

Inserito da: engelsblick | novembre 16, 2009

Il mondo è troppo grande

E’ troppo grande.
Io mi ci perdo.
E’ uno spazio in cui non so stare.
Tutti quei volti, tutte quelle strade, quei rumori… e le notizie, martellanti da ogni angolo, su ogni schermo… e le voci: parole di cui non so il senso, nomi che dovrei conoscere e che invece ignoro…
Bandi, concorsi, procedure e pratiche. Colloqui, numeri di telefono.
E persone, persone, ancora persone.
E man mano che loro aumentano, i minuti si restringono, il tempo si accorcia, accelera il passo, sfreccia lontano, estraneo, un incontro mancato da sempre.
No, il mondo è un posto in cui io non so stare. La gente, sagome curiose tra le quali mi sento a disagio.
I sogni, orizzonti che non so nemmeno immaginare.
No, il mondo è un posto in cui io non so stare.

Ci sono stati momenti in cui ho presuntuosamente pensato di avere qualcosa da dire, qualcosa da dare.
Ma ora, il fondo prosciugato del mio cuore, rivela il suo reale aspetto. Terra riarsa, crepata, brulla e sterile.
Questo si nascondeva, sotto quel brulicare di superfici ingannatrici. Miraggi di pienezze mai reali, solo bramate, arrogantemente sbandierate a me stessa.

Il letto del mio fiume si è prosciugato prima di raggiungere il mare.

Perchè questo mondo è troppo grande, questa gente è troppa e troppo rumorosa.
Ogni cosa, dentro di me, affacciatasi dappirma curiosa e sorridente, non può che ritrarsi spaventata e inerme.

Perchè là fuori, per me, non c’è posto.
Mi ci perderei. Soffocherei. Già vi soffoco ora.

Il mondo è troppo grande per me.

Inserito da: engelsblick | settembre 20, 2009

La strega

strega

C’è qualcosa di subdolo e viscido che si è infiltrato tra i miei pensieri e le mie emozioni. Lento, maligno, ha iniziato a deformare i pensieri e i sentimenti.
E’ come se un’altra me, dura e cattiva, quiescente per un po’, si sia d’improvviso svegliata e abbia deciso di prendere il sopravvento, di soffocare l’altra proprio quando, finalmente, forte e radiosa stava riprendendo in mano le redini della mia vita. Aveva trovato voce, quella piccola parte di me, l’unica parte vera, quella porzione di autenticità che piano piano aveva continuato a pulsare, per tutto questo tempo, in un angolo buio ma non chiuso. Ed ecco, le risa erano troppe, la gioia un fastidio ingombrante, i sorrisi luci troppo abbaglianti. E la parte maligna e crudele di me, che cerca ogni volta la conferma dell’abisso, la prigione in cui soltanto si sente libera, quella parte, come un tarlo, ha iniziato a suggerire altre verità. Ha iniziato, dapprima, a suggerire che tale bellezza non poteva essere per me. Che tale meraviglia, che tutto quell’amore mi sarebbe stato tolto, inevitabilmente prima o poi, come sempre accade… Ma tu sei stato più forte, e l’hai smentita ogni volta.
E allora, la parte maligna cambiò strategia… iniziò a insinuare il dubbio, a martellarmi con l’idea che allora, sì, allora quella gioia non era che un un’illusione costruita ad arte, un miraggio talmente desiderato da averlo travestito di realtà.
E il dubbio prese ansiosamente forma, fino a togliere l’aria, fino a portarmi sull’orlo di quel precipizio.
E’ allora che iniziò questa battaglia. Una fatica che le persone attorno non sanno capire… la lotta per far vincere ciò che di vero c’è in me. E con essa la lotta per per vincere te, noi.
Il copione sembrava già ineluttabilmente scritto.
Ne strappo le pagine, che orribilmente sembrano moltiplicarsi, e di nuovo le strappo, le brucio, cerco di cancellarne ogni traccia.
Ogni più piccola ferita del passato sembra farsi ogni giorno più violenta, ogni mia fragilità più inevitabile…
Mi sento gettata in un mondo di cui non sono parte. E sudo ogni volta il mio tentativo di trovare un posto anche per me.
Ma nel caos di tutta questa polvere, di tutta questa fatica, di tutte queste lacrime, solo una cosa è certa, malgrado il folletto crudele che mi abita la tesa voglia convincermi del contrario.
Io non voglio perderti. Non voglio lasciarti uscire dalla mia vita.

Inserito da: engelsblick | settembre 17, 2009

Giù il sipario

Domani, e domani, e domani,
trascina il suo lento passo di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo registrato,
e tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi
la via verso una morte di polvere.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore
Che incede e si agita sul palcoscenico,
e poi non lo si sente più: è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia,
che non significa niente”.
W. Shakespeare, Macbeth)

Inserito da: engelsblick | settembre 13, 2009

Mi devo solo sfogare

E ti assale la sensazione che sia ormai troppo tardi, che i giochi siano fatti…

Inserito da: engelsblick | settembre 8, 2009

Onora il figlio e la figlia

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Come si fa a gestire una cosa così?
Lei è malata – lo è sempre di più o forse, semplicemente lo è sempre stata. Una personalità forte ma malata. Me la posso prendere con lei per questo?
Difficile da riassumere in poche righe.
Per tutta la vita sono stata una sua protesi, una sua proprietà, un’estensione di sè, su cui sfogarsi e contare quando tutto il resto andava storto. Ed è tutto andato storto. Amici che tradiscono, un marito che non la ama… e allora c’è la figlia,su cui rifarsi: lei si, lei non l’avrebbe abbandonata. Perchè era parte di sè.
Ma ora quella bimba è diventata donna: spicca il volo, vuole una propria vita, fa le sue scelte, scopre di avere proprie idee ed opinioni.
Tanti traumi e la voglia di ricominciare, ogni volta, capendo che la propria strada non necessriamente è quella del cordone ombelicale.
Ma lei, la madre, questo non lo accetta. Non può. Quella parte di sè, quella protesi, quell’appiglio nato dal suo ventre non può essere autonomo. E se lo diviene, allora è come tutti gli altri. Come gli amici che tradiscono, come il marito che non la ama.
Perchè il tuo posto, bambina, è a casa ad accudire lei, ad assecondare le sue nevrosi, a concordare in tutto e per tutto con le sue idee.
E poi arrivò un uomo, che di quella bimba rapì il cuore. E questa, questa proprio la madre malata non poteva mandarla giù. Perché tu, bambina, le appartieni.
Ma quella bambina pesta i piedi come una donna, che rivendica la sua identità di persona.
Quella bambina non vuole più essere solo una protesi.
E questo la lacera tremendamente, tra il senso del dovere filiale, la consapevolezza di non poter abbandonare chi l’ha messa al mondo, e la coscienza che il suo posto è altrove,

Mi Dio, com’è potuto accadere, nella tua infinita bontà e saggezza? Come hai potuto? Hai dimenticato un comandamento, uno importante…

Hai dimenticato di dire ai genitori di onorare i propri figli.

Inserito da: engelsblick | settembre 6, 2009

Appartenerti

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Sono stati tempi rapidi e contorti. I pensieri, troppo spesso, hanno preso il sopravvento sulla vita.

E mi sono persa, tante volte, tra gli incotri notturni con le mie paure, che nel sonno mi comparivano mascherate di sogno.

L’ansia ha consumato e portato via troppi attimi bruciati così.

E ancora i nodi più grossi non sono sciolti. Ancora resta una nebbia fitta su di un orizzonte che non smette di turbarmi.

In questi giorni sudati e confusi, un apatico timore è quasi riuscito a spegnere ogni fuoco, A ovattare ogni emozione, a zittire il cuore.

Ma non ha saputo vincere. La sua morsa, forte, violenta e implacabile, è stata più debole di quel battito d’ali.

Un’aura discreta, due occhi assorti, e il respiro silenzioso dell’angelo che non si stanca di volarmi accanto.

Oggi mi accorgo che  è ancora lì. Che non smette di vegliare sul mio spirito troppo spesso stanco e muto.

Ci sono canzoni che non possono smettere di suonare. Come le sfere dei cieli, che nessuno saprà mai fermare.

I sentimenti di cui siamo consapevoli, tante volte, sono un tranello, una perfida maschera posta sul volto sincero di ciò che abbiamo davvero nel cuore, e che troppo spesso non sappiamo riconoscere.

Non ho altro da darti se non questo.

Il silenzioso e titubante passo verso di te, ancora una volta, che trema nell’accorgersi che, malgrado il passato che soffia il suo pesante alito sul collo, malgrado il presente e i fantasmi che lo abitano, malgrado tutto, ti appartengo, e tu mi possiedi come nessuna mia paura ha mai saputo fare.

Inserito da: engelsblick | settembre 1, 2009

Non hai niente.

E ci sono quelle notti in cui non andresti mai a dormire, che anche scrivere ti dà fastidio. E lo sai che non hai altro se non i tuoi pensieri e le tue parole… e tuttavia ti pesa addosso, con una stizza da far gridare di rabbia, l’inutilità di questo ennesimo sfogo, a distanza di un anno, a piangere ancora le lacrime di sempre. Per un attimo hai toccato il cielo con un dito, hai pensato che tutto fosse possibile. E invece no. Invece no. Sei prigioniera di te stessa e delle tue scelte, dell’inettitudine di non saper cambiare. Avresti bisogno di un aiuto, una guida. Qualcuno che non c’è. Nessuno può vivere per te. La voglia di dare, e questo enorme tappo che ingorga ogni uscita. La voglia di fare, e l’incapacità di dare il via. Hai lavorato tanto. Ti sei interrogata, ti sei smontata e rimontata. Hai messo in discussione tutto. Sei voluta ripartire. Ma dietro di te, ancora, il sospiro di tanti errori e la consapevolezza di dover ripartire da zero, di nuovo. Non ne hai voglia. Questa è la verità. Non ti va. Proprio non ti va. E’ tardi. Il treno è passato e tu lo hai perso. Vorresti vomitare, ma neppure questo ti riesce. O essere qualcun altro, qualcuno che se ne frega di come va a finire. Qualcuno che sta lì a guardare i giorni, senza troppi pensieri. Vorresti scrivere e non lo sai fare. Vorreisti lavorare, darti da fare, e non lo sai fare. Hai pianto la solitudine per aver scelto di impegnarti nelle cose. I tuoi coetanei si divertivano, e tu, in disparte, disprezzata, davi il massimo perchè è così che si fa, è così che si vive. Hai scelto quello che c’era da scegliere, perchè quando è arrivato il momento la sorte ti ha buttato addosso tanto di quel male, ta strapparti ogni brandello di lucidità per poter discernere come avresti voluto. E ora non puoi che piangere il nulla accumulato. Errori, solo errori. Cerchi la speranza nelle pieghe di te stessa. Ma non puoi che odiare ogni singolo tassello di questa stanza colma di libri. Vorresti essere abbastanza forte. Ma sai che non lo sei. Vorresti una parola, un consiglio, una indicazione concreta. Ma non hai niente. Non hai niente. Non hai niente.

Inserito da: engelsblick | agosto 26, 2009

Parentesi emotiva

Di nuovo, inesorabile, senso di disfatta. E un’incontenibile bisogno di sfogarsi.

Da qualche parte, latente, il desiderio di rispolverare la fiducia, compagna distratta e troppo spesso assente.

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