
In momenti come questi, mi rendo conto di non vole fare altro che piangere.
Ma poi, penso che sia inutile, che infondo, non ne ho tutto questo diritto, e allora butto giù le lacrime, me le tengo per me, per una me che rinchiudo sempre più infondo, per quella bambina che ha vissuto e vive dentro di me in tutti questi anni. Una bambina che affronta con coraggio la solitudine nera e totale dell’assenza di chi, invece, dovrebbe esserci. Perchè tutto: la biologia, il cuore, la ragione se lo aspetta. Una madre, una famiglia, un porto sicuro. Quel porto che solo se vissuto, possiamo costruire dentro di noi, e che, se manca, lascerà per sempre una voragine. Inutile cercare in altri quell’amore che dovrebbe insegnarti ad amare; quella presenza che dovrebbe insegnarti ad essere presente; quel rispetto, che dovrebbe insegnarti a rispettare.
Se questo non ti viene dato, a piene mani, da chi ti mette al mondo, nulla potrà donartelo di nuovo. Tante persone possono tenderti la mano, ma nessuna sarà come la mano di un padre e di una madre che non hai mai auto, e che ora, più che mai, mi si negano.
Mi sorprendo a piangere la morte di mio padre. E poi mi accorgo che se fosse qui, nulla cambierebbe: perchè, al di là dell’idealizzazione che il dolore del lutto può creare, lui non è mai stato padre, non è mai stato nulla. Un vuoto, un’assenza che abitava nella mia stessa casa, e che di tanto intanto incontravo a cena.
E ora, un altro Natale imminente, una di quelle scadenze che ti costringono con violenza a fare un bilancio, a chiudere un altro anno e a dirti: cosa ho fatto, dunque? Cosa è cambiato? Quali nuovi spazi sono riuscita a conquistarmi?
Nulla. Autonomia non ne ho. La forza di potermi dire che ce la faccio, che posso a dimostrare a me stessa di avere gli strumenti per andare avanti, e vivere pienamente… da dove potrei prenderla? Dalla mia disoccupazione senza scampo? Dai miei studi inutili? Dagli amici che non ho, o da quelli, che, pur essendoci, non sanno e non possono capire?
Dove trovare o costruirmi quel porto sicuro, quello spazio mio, che nessuno potrà togliermi? In una me che ha saputo collezionare così tanti abbandoni da desiderare, ormai, di abbandonare se stessa; da guardare la finestra del suo quarto piano come la porta verso una libertà, un salto che avrei tanta voglia di fare? Cadere giù e aprire lo spazio di un buio immobile ed eterno, in cui questo dolore non possa più entrare… Un pensiero ossessivo, che provo ad esorcizzare scrivendo…
Giacchè, con chi parlarne? Con la psicologa che per quattro anni mi ha rubato soldi e tempo? Con quei preti che sanno solo dirmi che mi devo pentire? O con lui…? Oh, lui vorrebbe che io ne parlassi con lui, che a lui mi affidassi, ma io non lo posso fare, l’ho promesso a me stessa. Non posso essere la donna petulante, triste e depressa: gli uomini queste donne le lasciano, dopo un po’, e a me è già successo. Non potrei sopportare anche questo abbandono.
Per cui non mi rimangono che le scritture private e qualche stanca preghiera.
Non c’è altro.
Vorrei oscurare ogni specchio per non dovermi più guardare in faccia.
Ma devo andare avanti, e allora spremo il mio cervello come un limone, alla ricerca di una soluzione che non arriva.
Se sapessi, se fossi capace, scapperei lontano a costruirmi una vita.
Ripenso in continuazione al sogno che mi tormenta, a quel mio figlio che partorisco e che stringo tra le braccia.
Un figlio che dovrebbe già esserci, ma non c’è.
Ho solo questo nulla da stringere, l’inefficenza dei miei sforzi, l’inettitudine delle mie scelte, l’inutilità di ogni passo.
La beffa di ogni traguardo che, in breve tempo, si è rivelato essere l’illusione di un momento.
Se mi chiudessi in casa e mi lasciassi morire qui, nulla cambierebbe. Perchè a nulla serve il fatto che io esista.
E’ colpa mia, probabilmente. Non sono stata capace.
Non sono capace.